Per molto tempo non ho avuto le parole.
Sapevo che qualcosa non tornava, lo sentivo sotto la pelle — da lì il titolo — ma non sapevo come dirlo. A me stesso, prima ancora che agli altri. C’è una solitudine particolare nel non avere il linguaggio per nominare ciò che sei: cammini in mezzo alla gente con una verità che non riesci a pronunciare, e quel silenzio pesa più di qualunque parola.
Ho scritto Sotto Pelle perché a un certo punto le parole le ho trovate. E quando le trovi, dopo averle cercate così a lungo, senti il bisogno di non tenertele.
Non l’ho scritto per spiegarmi. Spiegarsi presuppone di doversi giustificare, e io non credo di dover giustificare a nessuno chi sono. L’ho scritto per raccontare, che è una cosa diversa. Raccontare l’infanzia, il primo amore, lo specchio, la paura, le aule in cui si decide della vita di una persona come se fosse una pratica da sbrigare. Raccontare il giorno in cui ho potuto finalmente dire ad alta voce il mio nome — e cosa è cambiato in me, in quell’istante.
Mi chiamo Edoardo. Oggi lo scrivo con naturalezza. C’è stato un tempo in cui era la cosa più difficile del mondo.
Ho pensato a lungo se fosse il caso di mettere tutto questo nero su bianco. È una storia mia, intima, fatta di momenti che avrei potuto tenere al riparo. Poi ho capito una cosa: la solitudine di cui parlavo prima — quella di non avere le parole — non è solo mia. È di tante persone che adesso sono dove ero io anni fa, davanti a uno specchio, senza una lingua per dirsi. Se il mio racconto può prestare a qualcuno qualche parola, anche una sola, allora valeva la pena scriverlo.
E non è un libro solo per chi vive quello che ho vissuto io. È anche per chi vuole capire: i genitori, gli amici, chi sta accanto a una persona in cammino e non sa bene come starle vicino. Non offro risposte facili, perché non ne ho. Offro una storia vera, raccontata senza sconti — né verso il mondo, né verso me stesso.
Ho scelto di non addolcire niente. Le parti dure sono rimaste dure. Non perché voglia impietosire nessuno — non c’è una riga di questo libro che chieda pietà — ma perché edulcorare sarebbe stato tradire proprio quella verità che per anni non ero riuscito a dire. Una storia ripulita non avrebbe aiutato nessuno.
Alla fine credo che Sotto Pelle parli di una cosa sola, sotto tutto il resto: cosa significa nominarsi. Darsi un nome che sia davvero tuo, e avere il coraggio di pronunciarlo davanti agli altri. È una battaglia che, in forme diverse, prima o poi tocca tutti — la domanda “chi sono davvero?” non risparmia nessuno.
Questo è il motivo per cui l’ho scritto. Se ti va di leggerlo, lo trovi qui sotto. E se invece sei arrivato fin qui semplicemente perché qualcosa, in queste righe, ti ha riguardato da vicino — allora ti capisco. Sono passato di lì anch’io. Le parole, te lo prometto, prima o poi si trovano.