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<rss version="2.0" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Edoardo Camerada</title><link>https://edoardocamerada.it/</link><description>Edoardo Camerada è uno scrittore che esplora identità, famiglia e appartenenza. Autore di Sotto Pelle — Le stagioni della resistenza.</description><language>it</language><item><title>Quello che sta per succedere…</title><link>https://edoardocamerada.it/quello-che-sta-per-succedere/</link><guid>https://edoardocamerada.it/quello-che-sta-per-succedere/</guid><pubDate>Wed, 15 Jul 2026 08:00:00 +0000</pubDate><description>Il 24 luglio esce ufficialmente Sotto Pelle. Non è un annuncio come tanti: è la fine di un percorso di scrittura lungo e, in un certo senso, l’inizio…</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>24 luglio</strong> esce ufficialmente <strong><em>Sotto Pelle</em></strong>.</p>
<p>Non è un annuncio come tanti: è la fine di un percorso di scrittura lungo e, in un certo senso, l’inizio di un altro — quello in cui il libro smette di essere solo mio e diventa anche di chi lo legge.</p>
<p>In questi giorni mi arrivano spesso le stesse domande, quindi ho pensato di rispondere qui, a tutte quante.</p>
<h2>Cosa troverai dentro</h2>
<p>Non è un diario e non è un saggio. Sono capitoli brevi, spesso legati a un luogo o a un oggetto preciso — uno specchio, uno spogliatoio, una sala d’attesa — perché è così che i ricordi mi sono tornati in mente mentre scrivevo: non in ordine, ma a scatti, legati a dettagli fisici più che a date.</p>
<p>Alcuni capitoli sono duri da leggere, altri sono quasi leggeri. Non ho cercato un tono uniforme, ho cercato di essere fedele a come le cose sono successe davvero, anche quando questo significava saltare da un ricordo felice a uno che ancora fatico a rileggere.</p>
<p>Chi si aspetta un libro “a tema” resterà forse spiazzato: la transizione c’è, ma non organizza il libro. A organizzarlo sono i legami tra le persone — con mia madre, con chi ho amato, con me stesso a età diverse.</p>
<h2>A chi è rivolto</h2>
<p>A chiunque abbia dovuto trovare il coraggio di dire una cosa vera, anche piccola, anche solo a se stess*. A chi ha cambiato strada e si è sentito giudicato per questo, o ha avuto paura di farlo. A chi in famiglia ha vissuto un silenzio che pesava più delle parole. Non serve riconoscersi in una transizione per riconoscersi in questo libro — basta aver avuto, almeno una volta, qualcosa dentro che faticava a uscire.</p>
<p>Se è così anche per te, <strong>ci vediamo il 24 luglio.</strong> <a href="/eventi/presentazione/">Prenota il tuo posto QUI</a></p>]]></content:encoded></item><item><title>Sotto Pelle: quello che non dicevo nemmeno a me stesso</title><link>https://edoardocamerada.it/scrivere-cio-che-si-e-taciuto/</link><guid>https://edoardocamerada.it/scrivere-cio-che-si-e-taciuto/</guid><pubDate>Fri, 03 Jul 2026 08:00:00 +0000</pubDate><description>La prima frase di Sotto Pelle l’ho scritta su un treno, sul telefono, perché il computer non lo avevo neanche dietro e non potevo aspettare di arrivare…</description><content:encoded><![CDATA[<p>La prima frase di Sotto Pelle l’ho scritta su un treno, sul telefono, perché il computer non lo avevo neanche dietro e non potevo aspettare di arrivare a casa. L’ho riletta tre stazioni dopo e l’ho cancellata. Non perché era falsa. Perché era troppo pulita — sembrava scritta da qualcuno che aveva già capito tutto, e io non avevo capito niente.</p>
<p>L’ho riscritta. Cancellata di nuovo. Alla terza versione ho chiuso il telefono e non ci ho pensato per settimane.</p>
<p>Racconto questo dettaglio perché smentisce l’idea che mi ero fatto io stesso prima di iniziare: che scrivere una storia tenuta dentro per anni sarebbe stato uno sfogo, qualcosa che esce e ti lascia più leggero. Non è andata così. È stato prima un confronto — con le versioni di me che avevo costruito, nel tempo, per far stare gli altri comodi.</p>
<p>Non mi riferisco a bugie vere e proprie. Piuttosto a piccoli aggiustamenti: un episodio raccontato in modo da renderlo più accettabile, un dettaglio omesso perché troppo scomodo da spiegare, un ricordo edulcorato per proteggere qualcuno — spesso me stesso. La versione che avevo raccontato a mia madre la prima volta, per esempio, non è quella che ho scritto nel libro. Non perché la prima fosse falsa, ma perché era addomesticata: pensata per essere ricevuta bene, non per essere vera fino in fondo.</p>
<p>Scrivendo, alcune cose mi hanno sorpreso più della storia stessa. Ho ritrovato rabbia verso persone che pensavo di aver già perdonato del tutto. Ho scoperto tenerezza per momenti che ricordavo solo come dolorosi. Ho notato che certi ricordi cambiavano forma a seconda di quando li scrivevo — lo stesso episodio, raccontato due volte a distanza di settimane, usciva diverso, e ho dovuto scegliere quale versione fosse più onesta.</p>
<p>Non ho scritto pensando a chi mi avrebbe letto. Quella domanda è arrivata dopo, quando il libro era quasi finito.</p>
<p>Solo allora ho iniziato a chiedermi se tutto questo potesse avere senso anche per qualcun altro. La risposta l’ho trovata pensando a una cosa semplice: non tutti scrivono un libro, ma quasi tutti hanno una versione più onesta di qualcosa che raccontano — a un genitore, a un partner, a se stessi — e non l’hanno ancora detta del tutto.</p>
<p>Sotto Pelle è la mia versione più onesta e su questo blog continuerò a raccontare i pezzi che nel libro non sono entrati, o che meritano ancora tempo per essere scritti bene.</p>]]></content:encoded></item><item><title>Il nome che non mi apparteneva: una storia di identità</title><link>https://edoardocamerada.it/il-nome-che-non-mi-apparteneva-una-storia-di-identita/</link><guid>https://edoardocamerada.it/il-nome-che-non-mi-apparteneva-una-storia-di-identita/</guid><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 08:00:00 +0000</pubDate><description>Il nome che leggevano ad alta voce “Camerada?” L’impiegato ha letto il nome sul pacco, poi ha alzato lo sguardo verso di me, in attesa. Ho detto “sì,…</description><content:encoded><![CDATA[<h2>Il nome che leggevano ad alta voce</h2>
<p>“Camerada?” L’impiegato ha letto il nome sul pacco, poi ha alzato lo sguardo verso di me, in attesa. Ho detto “sì, sono io” — ma la frase mi è uscita con un attimo di ritardo, come se dovessi prima verificarlo io stesso.</p>
<p>È successo così tante volte che non le conto più: qualcuno legge un nome ad alta voce, aspetta una conferma, e io la do — mentre dentro sento una distanza che non riesco a spiegare a chi me lo sta chiedendo. Come se stessero parlando di qualcun altro, e io stessi solo rispondendo al posto suo.</p>
<p>Per molto tempo ho risposto a quel nome nelle presentazioni, nei documenti, nelle conversazioni con gli sconosciuti. Andava bene per tutti. Tranne che per me.</p>
<p>Non è stata una rivelazione improvvisa. È stato un disagio sottile, accumulato negli anni — quella piccola pausa, ogni volta che qualcuno lo pronunciava, prima che io rispondessi.</p>
<p>Scrivere Sotto Pelle è nato proprio da lì: dal bisogno di smettere di rispondere a un’identità presa in prestito. Non è stato un gesto di ribellione, ma di restituzione — riprendermi qualcosa che avevo lasciato in mano ad altri per troppo tempo.</p>
<p>Capire chi si è davvero, al di là delle etichette che la famiglia, le abitudini o le aspettative ci cuciono addosso, è un processo lento. Richiede di guardare indietro senza paura. E di accettare che cambiare nome — letteralmente o metaforicamente — non significa rinnegare da dove si viene, ma scegliere finalmente dove si vuole andare.</p>
<p>Anche tu hai mai risposto a un nome che non sentivi tuo? Non per forza un nome anagrafico — a volte basta un ruolo, un’etichetta di famiglia, un’aspettativa che qualcuno ci ha cucito addosso senza chiederci il permesso.</p>
<p>Questo articolo è il primo passo per raccontare quella storia. Nei prossimi, proverò ad andare più a fondo: cosa significa per una famiglia vedere qualcuno cambiare, e cosa si perde — e cosa si guadagna — quando si decide di non tenere più dentro le proprie parole.</p>]]></content:encoded></item><item><title>Perché ho scritto Sotto Pelle</title><link>https://edoardocamerada.it/perche-ho-scritto-sotto-pelle/</link><guid>https://edoardocamerada.it/perche-ho-scritto-sotto-pelle/</guid><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:00:00 +0000</pubDate><description>Per anni ho avuto un nome che non era il mio. Questo libro è nato il giorno in cui ho smesso di accettarlo. Ecco perché l’ho scritto — e per chi.</description><content:encoded><![CDATA[<h2>Raccontare, non spiegarmi</h2>
<p>Non ho scritto Sotto Pelle per spiegarmi. Spiegarsi presuppone doversi giustificare, e io non credo di dover giustificare a nessuno chi sono. L’ho scritto per raccontare — che è una cosa diversa, anche se spesso vengono confuse.</p>
<p>Raccontare significa mettere in fila l’infanzia, il primo amore, le aule in cui si decide della vita di una persona come se fosse una pratica da sbrigare, il giorno in cui ho potuto dire ad alta voce il mio nome per la prima volta senza nessuna esitazione dietro. Non per convincere nessuno di niente. Solo per dire: è andata così.</p>
<p>Ho pensato a lungo se avesse senso mettere tutto questo nero su bianco. È una storia intima, fatta di momenti che avrei potuto tenere al riparo. Quello che mi ha convinto è stato pensare a chi, in questo momento, è più o meno dove ero io qualche anno fa — senza ancora le parole per dirsi. Se questo racconto può prestarne anche solo una, ne è valsa la pena.</p>
<h2>Per chi non vive quello che ho vissuto io</h2>
<p>Sotto Pelle non è pensato solo per chi si riconosce direttamente nella mia storia. È anche per i genitori, gli amici, chi sta accanto a una persona in cammino e non sa bene come starle vicino. Non offro risposte facili — non ne ho. Offro una storia vera, raccontata senza sconti, nella speranza che aiuti a fare qualche domanda in più e qualche supposizione in meno.</p>
<h2>Perché non ho addolcito niente</h2>
<p>Le parti dure del libro sono rimaste dure. Non per impietosire — non c’è una riga che chieda pietà — ma perché ripulire la storia avrebbe tradito proprio quello che per anni non riuscivo a dire. Una versione edulcorata non avrebbe aiutato nessuno, nemmeno me.</p>
<p>Alla fine Sotto Pelle parla di una cosa sola, sotto tutto il resto: cosa significa nominarsi. Darsi un nome che sia davvero tuo, e trovare il modo di dirlo agli altri. È una domanda — <em>chi sono davvero</em> — che in forme diverse prima o poi tocca chiunque, non solo chi vive un percorso come il mio.</p>
<p>Se ti va di leggerlo, lo trovi <a href="/il-libro/">qui</a>. E se sei arrivato fin qui perché qualcosa in queste righe ti ha riguardato da vicino: ti capisco. Sono passato di lì anch’io.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>
